
Kappa si tuffò in una sua nuova ferita e vomitò a se stesso ogni opportunità.
Campi di luce riflettevano nei bicchieri, mentre cani, amici delle macerie, cercavano nel silenzio quelle anime, quei fantasmi senza fuoco che vagavano in motel di lacrime.
Ogni specchio era per Kappa un nuovo dialogo con se stesso.
Ogni se stesso si rifletteva in un dialogo tra specchi.
La situazione era complessa, ma non complicata e l'intenzione di un'azione lo rendeva innamorato di cose semplici, ma amante della profondità.
Acque scure, acque piccole, inosservate.
Una strada non cercava Kappa, forse una via si. Immaginando una Londra nascosta dalla nebbia e Metaponto scaldata dalla sabbia.
I gabbiani, come neve d'estate, riempivano i cieli neri di un'estate lontana da tante altre, ma vicina a molte altre, perse nel calore delle sette di sera, nel rumore di stoviglie in pranzi di domenica, nel colore di un abito rosso in una piazza di un piccolo paesino della Sicilia.
Travolto da questi odori Kappa rinnegò le architetture oniriche e si perse in una bolla di piacere.

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