
Rimase chiuso in una stanza, in alto, Kappa.
Vedeva le luci della città e provava ad immaginare il mare all'orizzonte mentre elegiache note di un piano, come un pianto, lo accarezzavano incuranti.
Fu liberato, però, con facilità e arrossì vergognandosi come dopo una marachella infantile.
Fermi immagini rotolavano su istanti specchiati in sempre più frequenti contraddizioni e nuove sensazioni, ora come affondi di violoncello, zampillavano provocando sorrisi all'incostante K.
E poi occhi.
E poi sorrisi.
E poi silenzio dietro un muro di canzoni ancora da scrivere.
E poi quel cinema che non tocca più l'anima.
Si strinse, confortandosi, tra le spalle.
Si spinse, confrontandosi, con le spalle al muro.
Si mise con le spalle al muro.
Notti mai state così lunghe in un estate mai stata così precoce.
Poi una voglia di albicocca lo assalì. Piccola, arancione, vellutata, dolce.
Non pregava da un pò Kappa, forse non aveva mai pregato.
Nessuna presunzione di bloccare universi, ma solamente una sera d'estate.

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