sabato 28 marzo 2009

PARTE II - Cap. II "Per fare un albero ci vuole una madre"


Allo Psicosclerostereotipato venne assegnato il nome provvisorio di Signor K in attesa di tempi migliori e più floridi impulsi creativi da parte dell’apparato dirigente e digerente burocratizzato.

Arrivò il passaggio più complesso per il Signor K (che da adesso in poi per comodità e svogliatezza chiameremo solamente Kappa): scrollarsi di dosso il vecchio nome e parlare senza problemi di se stesso.

Kappa prima di iniziare, non sapendo cosa fosse un inizio e facendo confusione con il principio, si pulì il naso con un fazzoletto e poi con le dita. Senza esitazione sminuzzando in piccole striscioline i moduli del vecchio nome adempì alle scartoffie: “Il mio vecchio nome è composto da tre parole, una più vuota dell’altra pur sembrando una più pomposa dell’altra. Psico per molto tempo allontanò le riflessioni dalla vita reale e quotidiana per dedicarsi a massimi sistemi vuoti e troppo ambiziosi. Sclero immobilizzò Psico ad una ringhiera fuori da una vecchia osteria rendendo ogni pulsione ed iniziativa pietrificata. Stereotipato rinchiuse Psico e Sclero all’interno di un gruppo nel quale era richiesto un certo impegno per acquisire un ruolo privilegiato. Per usare un gioco di parole avevo dato un giro di vite a quello che era lo zoccolo duro del ventre molle della mia organizzazione giornaliera. Più semplicemente, ero nella merda. Appartenevo a quella razza di persone che hanno capelli che alle loro estremità diventano fabbriche divoratrici di uomini. La mia statura non era altissima, ero una formica per i giganti ed un gigante per i nani. Mi fu intitolato anche un mausoleo pieno di fiori da una donna non ancora vergine che mi somigliava nell’aspetto e nei pensieri. Camminavo saltellando e saltellavo per non camminare. Indossavo camice sudate. Comperavo riviste non pornografiche ma musicali che apprezzavo ben poco. Facevo passi da gigante e poi sprofondavo nella mia stessa impronta. Annaspavo, cercavo di arrampicarmi per uscirne fuori. Più volte ho sfiorato lo stesso patetismo nel parlare che sto sfiorando adesso. E’ stata anche una speculazione finalizzata. Ora ho il mio nuovo nome. Spero di non conservarlo per un tempo eccessivamente lungo. Signor Kappa, non mi disgusta e di questi tempi è molto importante.”

L’impiegata vecchina e piccina con un viso d’agnello ripose tutte le carte in una cartellina, tutte le mamme, che erano venute ad ascoltare commosse il racconto di Kappa, in una mammellina e fischiettando un motivetto leggero e retrò scomparve tra le piante grasse.

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